Sabato 9 Marzo / ore 11:30
Cooperativa Nuova Idea
, via G. Puccini 49/A, Abano Terme

Elena Lo Conte, pianoforte

L. van Beethoven (1770-1827)

Sonata Op. 10 n. 2
Allegro
Allegretto
Presto

F. Schubert (1797-1828)
4 Improvvisi Op. 90
Allegro molto moderato
Allegro
Andante
Allegretto

F.Chopin (1810-1849)
Ballata Op. 23

La Sonata per pianoforte n. 6 op. 10 n. 2 di Beethoven, composta fra il 1796 e il 1798, si sviluppa in tre movimenti. Sebbene la struttura ha una sua regolarità formale nella costruzione, tuttavia Beethoven concepisce la sua composizione con un’eccezione significativa rispetto ai quattro movimenti canonici della sonata. Si nota infatti la mancanza di un quarto movimento, lento, in alternanza agli altri tre. Esso è “sostituito” da un secondo movimento, un “allegretto” in 3/4 in forma di minuetto tripartito. E’ questo tempo il più caratteristico dell’intera sonata perché su di sé assume i caratteri sia del tempo lento che dello scherzo e il tema presentato è in bilico tra una melodia a volte gioiosa e una qual certa malinconia di fondo. Nella sua semplicità compositiva questo movimento è perlopiù sincopato, con la presenza di episodi in cui l’armonia si fa più fluida, soprattutto in corrispondenza delle cadenze conclusive.Siamo soliti riconoscere nella musica di Beethoven (1770-1827) il genio di un’anima tormentata che nella musica declina il proprio titanismo eroico, sviluppato per temi opposti, in una continua e struggente lotta di contrasti, ricondotti infine a unità ed equilibrio. Ebbene, questa sonata se da un lato si caratterizza per una certa compostezza ed una sua elegante formalità che farebbe pensare ad una composizione di fine Settecento, dall’altro ci ricorda, soprattutto nello sviluppo e nell’esposizione dei temi del secondo movimento, come il “conflitto” non manca neppure in questa composizione dal sapore preromantico del compositore austriaco. Contrasto fra motivi melodici e motivi accordali, fra temi ad andamento scorrevole e temi a note ribattute, fra note legate e note staccate costituiscono i tratti essenziali di questa composizione che prefigura, alle soglie dell’800, la lotta interiore che molti artisti romantici ci restituiscono sul pentagramma attraverso le pagine della loro musica.

Se con Beethoven viviamo già quell’inquietudine di un artista a cavallo fra due mondi diversi eppure geograficamente vicini, con Schubert e Chopin siamo totalmente immersi in una mutata sensibilità musicale. Il Romanticismo si è sempre caratterizzato musicalmente per una continua alternanza fra sonorità imponenti caratterizzate da un marcato virtuosismo e una tendenza intima racchiusa in forme essenziali, che nel loro essere concise e immediate stabilivano la loro essenza profonda con i sentimenti dell’animo umano, facendosi linguaggio. A quest’ultima corrente possiamo ascrivere il genio di Schubert e Chopin, almeno per quel che riguarda le composizioni qui presentate.

Gli improvvisi di Schubert (1797-1828) vennero così chiamati perché erano scritti di getto, a indicare una inclinazione dell’animo che si fa musica nell’istante in cui viene pensata e che si concretizza nel momento in cui viene scritta, senza essere meditata. Figlie di un’espressione immediata dell’animo umano, queste composizioni schubertiane di fine ’800 anticipano alcune soluzioni della musica pianistica del secolo che verrà e che saranno proprie, ad esempio, di Claude Debussy. In effetti Schubert in questi lavori, specchio del suo tormentato e tragico universo interiore, ha trasceso completamente l'originaria funzione di piacevole e innocuo pezzo di intrattenimento tipica della tradizione del Klavierstuck per dar vita a pagine di intensità drammatica e ineffabile fascino poetico che lo collocano, pur nella totale diversità di struttura e di scrittura pianistica, a fianco delle Ballate di Chopin. Valga per tutti l'esempio dell'Improvviso n. 1 in do minore (Allegro molto moderato), capolavoro poetico di infinita bellezza, interamente attraversato dallo struggimento di Schubert-uomo che nella musica riconosce il medium per ricondurre a unità gli opposti di bene e male e giungere a una riconciliazione del tempo che viviamo. E noi con lui.

Nel film "Il Pianista" di Roman Polanski il musicista ebreo polacco Władysław Szpilman esegue la Ballata op. 23 in sol minore di Chopin di fronte ad un ufficiale tedesco che, colpito dalla sua esecuzione, gli offre la sua protezione nella Varsavia occupata dalle truppe naziste. Ispirato dalle letture dei testi del poeta polacco Adam Mickiewicz, che amava narrare di una Polonia libera e indipendente, non è difficile immaginare Chopin nell’atto di comporre una musica dal forte sapore nazionalistico e patriottico, contro ogni deriva autoritaria. E in questo senso viene utilizzata anche da Polanski nel ‘suo’ film sulla Shoah, quando racconta la vicenda di Szpilman, esule in patria. Chopin (1810-1849) per primo diede il nome di ‘ballata’ a una composizione puramente strumentale, mentre il termine ballata era associato ad un genere vocale o a una composizione che prevedeva anche l’utilizzo della voce, secondo una tradizione che identifica fin dal Trecento la ballata come un genere poetico prima che musicale. Chopin fa sua questa tradizione, stravolgendola, dando nuova linfa a questo genere. Lo concepisce per pianoforte solo e ci regala il primo di quattro strumentali, composto fra il 1831 e il 1835, in un metro di 6/4 che vive sostanzialmente di due temi principali elaborati in diverse forme, tecnicamente impegnative e complesse, sia nella struttura quanto nell’esecuzione. Dal punto di vista estetico, se non è possibile ricondurre la ballata op. 23 ad un preciso testo letterario di Mickiewicz, possiamo senz’altro immaginarlo come fonte d’ispirazione per Chopin che, sempre fortemente legato alle sue origini, non dimenticò mai la sua terra natìa. Immaginiamo per un momento dunque l’artista che dalle finestre del suo appartamento a Parigi, nell’atto di comporre, volgeva sempre lo sguardo a est, verso la sua patria. E lasciamoci sedurre.


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