Domenica 31 Marzo / ore 18:00
Biblioteca di Casa Carmeli,
 via G. Galilei 36, Padova 

Dejan Bogdanovich, violino
Gabriele Maria Vianello, pianoforte

F. Liszt (1811-1886)

Gran Duo Concertante

F. Chopin (1810-1849) - E. Ysaӱe (1858-1931)
Valzer Op. 34 n. 2 "Grand Valse Brillante"

C. Saint-Saëns (1835-1921)
Sonata Op. 75
Allegro agitato
Adagio
Allegretto moderato
Allegro molto

PROLOGO MUSICALE
Classe di Pianoforte della Prof.ssa Monica Stellin, Conservatorio C. Pollini di Padova
(Alice Bonaiti, Giovanni De Matteis, Arabela Mateescu e Giuseppe Sacconi; musiche di C. Gurlitt, P. Zichler e S. Rachmaninoff).


Grande virtuoso del suo tempo, Ferenc (Franz) Liszt (1811-1886) non si accontentava mai. Il enorme suo lascito ci racconta di una vita ed un’attività frenetica, a volte caotica, tanto che ancor oggi il suo catalogo musicale è oggetto di continue revisioni e le sue fatiche non di rado furono soggette a trascrizioni ed elaborazioni tali da scoraggiare anche gli studiosi più intraprendenti.
Il Gran Duo Concertante (S 128) che qui viene presentato risale al 1830, quando Liszt era a Parigi ed è il frutto della collaborazione con il francese Charles Philippe Lafont, il violinista-compositore celebre per il suo virtuosismo tale da essere accostato al nome del celeberrimo Paganini. Il brano è in realtà composto da un’introduzione, un tema in forma di romanza e una serie di quattro variazioni concluse da un vorticoso quanto affascinante finale. Lo stile concertante con cui è condotta la composizione pretende che violino e pianoforte dialoghino fra loro, si rincorrano, accelerino e rallentino, in un succedersi di avvicendamenti dinamici e scarti agogici (forte/piano) con lo scopo di guidare l’ascoltatore alla scoperta di infiniti mondi possibili, in un saliscendi di alterni sentimenti. Siamo introdotti in questo universo fantastico da un’introduzione lenta e suggestiva ma allo stesso tempo carica di pathos, tra i recitativi del violino e i tocchi leggeri del piano, fra trepidanti vibrazioni e appassionati quanto fulminei slanci melodici. Vicino al descrittivismo di Schumann, questo duetto disegna un'ambientazione misteriosa e impenetrabile, guarda caso ‘romantica’, che trova soluzione solo col profilarsi del tema di romanza.
La prima variazione si presenta disinvolta e accattivante, con il violino a tessere un canto delicato e il piano pronto a sorreggerlo con un tappeto di accordi, mentre la seconda vede lo strumento a corde lanciarsi in eterei pizzicati e brevi incisi melodici sui quali i tasti del pianoforte distendono vaporosi panneggi sonori. Poco dopo l'ambiente cambia ancora. Nella terza variazione assistiamo a un versione onirica del tema, che poco dopo trapassa in una versione dapprima animata e sfolgorante, sino a salire in melismi virtuosistici, complesse fioriture e multiformi, per non dire magniloquenti, intrecci sonori offerti dall'irresistibile duo. La quarta e ultima variazione prima del gran finale viene tradotta da Liszt in una danza senza freni, simile ad un tema di tarantella; infine l'epilogo, una pirotecnica conclusione costruita in un climax vertiginoso che si risolve in una serie apparentemente infinita di varianti.
Lafont morì in un incidente. La sua carrozza si ribaltò durante un viaggio. Immaginiamo questa ultima parte come la spericolata vettura che, lanciata a folle velocità sul terreno sconnesso, si ribalta e finisce la sua corsa impetuosa, temeraria, spericolata. Frenetica e instancabile, come quella del suo autore. Come fu anche la vita di Liszt.

Passiamo dalle spregiudicate situazioni del compositore ungherese a più miti atmosfere con il valzer di Chopin (1810-1849). fra i generi frequentati dal musicista polacco vi furono anche i valse (alla francese), celebrati nella loro versione più brillante e aristocratica, all’interno dei raffinati salotti parigini. Dei Trois Valses brillantes op. 34 (1835) ci viene qui presentato il secondo, quello in la minore, nella versione per violino e pianoforte pensata da Eugene Ysaӱe (1858-1931) e che non capita di sentire così spesso nelle sale da concerto.
Chopin, o la perfezione del romanticismo. Così Massimo Mila intitolava il capitolo che riguardava il compositore franco-polacco nella sua Breve storia della musica. Questo perché non è consueto trovare un compositore tanto tenace nel rifiuto delle forme musicali preesistenti quanto così inappuntabile nel crearne di nuove con una rigore tale da plasmare la propria materia musicale entro una ineccepibile forma di rigorosa e impeccabile elegia. Anche laddove la forma esiste già, come nel caso del valzer, il nostro ha il potere di rimodellarla e dargli una veste nuova con una libertà e un linguaggio espressivo senza pari, almeno fra i suoi contemporanei. Egli è tanto versatile e poliedrico quanto disciplinato e meticoloso nel concepire questi suoi valzer, che nei suoi temi costituitivi sono trattati al contempo con acceso lirismo e infinita delicatezza, nell’ottica di una ‘musica da ballo’ da eseguire nei salotti dell’aristocrazia parigina.

Camille Saint-Saëns (1835-1921) rappresenta una corrente della musica francese di fine Ottocento caratterizzata prevalentemente da un gelido accademismo e dominata da un formalismo secco e razionale. È l’esponente per antonomasia del ritorno al classicismo in ambito francese, anche se, avendo egli avuto una vita molto lunga, è normale che possa essere apparso agli occhi dei suoi giovani colleghi un conservateur. Difatti non c’era molta simpatia fra lui e Debussy, del quale egli non comprendeva quella sensibilità ‘impressionista”, quella sua arte in grado di contenere in nuce le caratteristiche della ‘nuova’ musica novecentesca. Pur amando e difendendo le forme classiche egli preferì dedicarsi maggiormente al teatro e alla musica sacra. Tuttavia nel suo ampio catalogo musicale non mancano composizioni per pianoforte e violino come nel caso di questa sonata in cui ritroviamo tutti gli stilemi tipici di una composizione classica, trattata con geometria e rigore all’interno di una struttura musicale circolare, sia nella composizione che nella strutturazione interna dei temi portanti. Senza dimenticare tecnicismo e virtuosismo necessari all’esecuzione di quest’opera.
Questa Sonata in re minore è, quindi, di grande elaborazione tematica. I quattro tempi (Allegro agitato, Adagio, Allegretto moderato, Allegro molto) hanno un sapore tardo ottocentesco, accomunati dallo spirito romantico della trama musicale e da una razionalità architettonica delle forme, che immergono l’ascoltatore in atmosfere elegiache e oniriche pur nella estrema meticolosità con cui è trattata la materia musicale.

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