Domenica 14 Aprile / ore 18:30
Biblioteca di Casa Carmeli,
 via G. Galilei 36, Padova 

Luca Simoncini, violoncello
Federico Rovini, pianoforte


G. B. Sammartini (1700-1775)
Sonata in Sol maggiore
Allegro non troppo
Grave con espressione
Vivace

J. S. Bach (1685-1750)
Wenn ich einmal solo scheiden
Ich ruf zu dir, herr Jesu christ
(trascrizioni per violoncello e pianoforte a cura del M. David Vicentini)

L. van Beethoven (1770-1827)
7 Variazioni WoO 46
sul tema "Bei Männern, welche Liebe fühlen" dell'opera "Die Zauberflote" di W. A. Mozart

R. Schumann (1810-1856)
Phantasiestücke Op. 73
Zart und mit Ausdruck
Lebhaft, leicht
Rasch, mit Feuer

PROLOGO MUSICALE
Classe di Violoncello del M. Luca Simoncini, Conservatorio F. Venezze di Rovigo
(Luca Giovannini, Elisa Fassetta, Valeria Bonanno, Tobias Ingrosso, Giacomo Furlanetto, Veronica Nava, Marina Pavani; musiche di J. S. Bach e P. Mascagni).

Giovanni Battista Sammartini (1700-1775) è un compositore lombardo di origine francese, il cui ruolo è oggi ritenuto di fondamentale importanza per lo sviluppo del “genere classico” della musica, avendo contribuendo con la sua arte, per forma e coerenza, a tratteggiare i lineamenti della comunicazione musicale che di lì a poco sarebbero divenuti fondamentali per la codificazione del genere che oggi definiamo “classico”, influenzando gli autori della cosiddetta prima scuola di Vienna, Haydn in primis. Egli fu maestro di cappella e organista, tant’è che scrisse un numero imponente di composizioni vocali sacre, ma non dobbiamo dimenticare la musica strumentale con la quale il Nostro si cimentò, in particolare sinfonie, concerti e sonate. A partire dalla metà del Settecento la musica cominciò a uscire dai palazzi signorili e dalle accademie per essere diffusa presso un pubblico più ampio. Si cominciarono ad organizzare concerti pubblici e Sammartini ebbe parte attiva in queste pubbliche esibizioni. È quindi possibile che anche questa Sonata in Sol maggiore in tre tempi sia stata oggetto del pubblico godimento perché in essa scorgiamo gli elementi costitutivi del canone classico di cui si accennava sopra. Lo stile, sempre grazioso, si destreggia fra un Allegro non troppo, un secondo tempo Grave con espressione (si colga già l’antinomia tra il primo e il secondo tempo, in rilievo, come accadrà da qui in poi sempre più spesso) e un finale Vivace.

A seguire ascolteremo il famoso corale di Johann S. Bach (1685-1750) Wenn ich einmal soll scheiden, Ich ruf zu dir, herr Jesu christ nella trascrizione per violoncello e pianoforte curata dal M° David Vicentini. È noto quanto Bach amasse armonizzare questa forma di musica sacra dallo stile semplice e omoritmico per organici ridotti, a più voci. Il corale è il tipico inno religioso diffuso nella chiesa luterana e segnalano musicalmente il punto più alto della riforma protestante di cui recentemente si sono ricordati i 500 anni.

Sempre per gli stessi strumenti furono composte da L. van Beethoven (1770-1827) a Vienna nel 1802 le Sette Variazioni WoO 46 in mi bemolle maggiore ispirate al duetto Bei Männern, welche Liebe fühlen fra e Pamina e Papageno nel primo atto dell’opera Il Flauto magico di Mozart. Mentre è da segnalare che Beethoven si servirà in altre circostanze di questo processo compositivo (si pensi alle Variazioni sul valzer di Diabelli op. 120), quelle che ascolteremo stasera sono variazioni che si mantengono su un piano disimpegnato: esse hanno valore soprattutto perché - oltre a mettere in luce la bravura dell’esecutore ed esaltare le qualità del violoncello - con il loro ascolto si cominciano a constatare in Beethoven un atteggiamento e una consapevolezza verso la variazione che superano i limiti stilistici e tecnici che legavano questa forma ai destini di una musica d'intrattenimento, per proporsi come opera di originale intervento creativo che ha un suo statuto autonomo anche sul piano dell'espressività. Il motivo del duetto fra i due protagonisti del Flauto magico è reso attraverso il dialogo di strumenti che si esaltano di un rapporto timbrico quanto mai fecondo. Il tema è già esposto in una sua variante conforme al gusto dell’epoca, mentre le prime due variazioni si addentrano sempre più in fantasiosi ornamenti. La terza variazione è chiaramente melodica e, per converso, prepara la quarta, dai toni e dall’inflessione drammatica. Vivace la quinta variazione, mentre è più contemplativa, per contrasto, la sesta. Infine la settima variazione, Allegro non troppo, dove sentiamo finalmente Mozart. La coda che segue dimostra semplicemente come Beethoven, fatto suo il tema originale, riesce a ricavarne del materiale del tutto personale e a plasmarlo con il genio che gli è proprio.

Di Robert Schumann (1810-1856) non è facile parlare in forma breve in quanto la sua biografia di artista pienamente immerso nella temperie ottocentesca ce lo fa apparire come un modello di riferimento assoluto per i parametri della stagione romantica tedesca. E non solo in musica. I suoi meriti si estendono anche alla critica musicale, all’estetica e alla filosofia musicale, alla divulgazione e alla diffusione di talenti coevi. Per evitare l’imbarazzo di dilungarsi poco opportunamente, immergiamoci, è il caso di dirlo, nei Phantasiestücke (1849). Opera onirica e per certi versi bizzarra, a dire il vero. Essa fa parte delle opere più “narrative” del catalogo di Schumann, quelle dell’ultima parte della sua vita, in cui egli dà libero corso al proprio mondo interiore. Parola d’ordine qui è la fantasia, come dice il titolo. Le mani del pianista, svincolate da qualsiasi condizionamento, danno libero sfogo al ritratto di un universo interiore fatto di sogno ma fra le cui pieghe si scorge anche un abisso di angoscia e di solitario delirio, che di lì a poco prenderà la mente del compositore.

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